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SARDITUDINE

La storia del Paese Museo

La storia del Paese Museo
SANSPERATO [San Sperate], villaggio della Sardegna, nella provincia, prefettura e divisione di Cagliari, compreso nel mandamento di Villassor, e nell’antica curatoria di Decimo, dipartimento dell’antico regno di Cagliari. Il nome primitivo di questo paese pare sia stato Ortixedro o Orticedro: l’attuale trovasi la prima volta nell’anno 1441. La sua situazione geografica è nella latitudine 39°, 21′, 40″, e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari di 0°, 6′, 50″. Siede nel gran piano di Cagliari tra due rivi, che nel sito del paese si avvicinano a mezzo miglio, scoperto a tutti i venti e appena difeso da’ levanti per l’ostacolo de’ monti o colli di Oladiri, che sorgono a quella parte nella distanza di circa tre miglia. Nell’inverno il freddo è mitissimo, come negli altri punti di quella regione meridionale, se pure non domini l’aquilone; nell’estate il calore è temperato dal vento di mare, che sorge periodicamente a mezzo il mattino; l’umidità, vi si è sentita per l’evaporazione de’ due rivi e delle terre umorose per la irrigazione e per ristagna-menti, ma vi è rarissima la nebbia e pare innocente. L’aria non è ben salubre nella stagione estiva ed autunnale.Il suo territorio estendesi in un piano, che può dirsi egualissimo, un poco inclinato verso il libeccio, dove non son nè boscaglie, nè selvatici ad eccezione di alcune lepri, conigli e qualche volpe, nè trovasi alcuna fonte, ma solo scorrono i due rivi accennati, uno il maggiore, che passa al suo lato boreale e dicesi Rio-manno, proveniente dalle fonti seurghesi e da’ rivi della Trecenta; l’altro al lato meridionale, e dicesiBonarba, volgarmente Flummineddu, che discende da’ monti doliesi; i quali in tempi piovosi e in seguito ad acquazzoni, ingrossano, in tempi secchi si prosciugano massime il Bonarba. Se mancano le fonti si ha da’ pozzi un’acqua piuttosto buona, perchè non salmastra, nè grave, come suol essere ne’ paesi campestri. Non v’ha alcun ponte sul fiume maggiore; ma se ne formò uno di legno sul Bonarba per poter nell’inverno comunicare con Cagliari e Monastir. Nelle piene dell’altro i coloni sono impediti di andar a lavorare sulle terre che sono di là.
Popolazione. Si annoverano in questo comune anime 1420, distinte in maggiori d’anni 20, maschi 558, femmine 401, minori, maschi 342, femmine 319, distribuite in famiglie 310. I Sansperatini sono gente laboriosa, tranquilla, sobria, religiosa; ma poco industriosa. Generalmente sono vigorosi e di ferma salute, e alcuni oltrepassano i 70 anni. La professione generale è l’agricoltura, alcuni pochissimi fanno la pastorizia, e saranno da circa 60 quelli che esercitano i mestieri necessari di muratori, fabbri da ferro, legname, botti, scarpe, vesti ecc.Le donne sono sempre occupate nelle opere proprie o del panificio, o della filatura e tessitura per provvedere al bisogno della famiglia in tele e panno. L’istruzione elementare è come altrove trascuratissima, e non si può notarne alcun profitto in tanti anni, da che essa fu stabilita; perchè quelli che nel paese san leggere e scrivere non sommano a più di 20, compresi anche i preti. Le malattie più frequenti sono le infiammazioni nell’inverno, le febbri perniciose nell’estate, le periodiche nell’autunno; causate le prime dagli accidenti di variabile temperatura, le seconde dall’abuso delle frutte immature, principalmente nella prima età; le ultime dalle esalazioni morbose del suolo, e dalla corruzione delle acque stagnanti, e dalla fermentazione de’ fanghi de’ pantani, dalla putrefazione de’ vegeta-bili.
Per cura della sanità si suol avere un chirurgo e alcuni flebotomi.
Agricoltura. I terreni di Sansperato sono molto adattati alla coltivazione de’ cereali, e in alcune parti a’ giardini ed agli orti. I cereali vi prosperano e fruttificano largamente, se non manchino le pioggie, e se nel tempo che fioriscano non passi su essi alcuna nebbia nociva; se in quello che maturino non regnino i venti caldi del levante. La mediocre produzione del frumento e dell’orzo è al 10, delle fave al 12, de’ legumi altrettanta. La quantità che si semina è rappresentata approssimativamente da’ seguenti numeri, frumento starelli 2200, orzo 300, fave 500, legumi 150, lino 120. La vigna prospera, come gli altri vegetali, dà prodotto copioso, e, se non sia ottimo, dipende questo dalla causa generale del non buon metodo nella manipolazione. L’estensione occupata dalle viti non sarà meno di starelli 400. L’orticoltura vi è praticata, ma potrebbe essere più estesa, come permette la facilità della irrigazione, e comprendere maggior quantità di generi. I fruttiferi prosperano in modo maraviglioso nella regione interrivale e nelle terre prossime alle sponde, e se sapessero quei popolani prevalersi del favor della natura farebbero meglio il loro interesse. Questa regione e aggiacenza potrebbe essere un continuo giardino, e frutterebbe tanto, che ne farebbero ricchi i proprietari. Nessun luogo più idoneo a’ cedri, a’ gelsi, e a quella specie, i cui frutti sono graditi nelle mense, massime in tanta vicinanza alla capitale. Le specie più comuni de’ fruttiferi sono agrumi, olivi e fichi, e molte altre specie, ma in quantità meno notevole.
Cultura degli agrumi. Pare che fosse in tempi antichi molto esercitata nel territorio ora occupato da’ poderi che sono intorno a s. Sperato, e che il nome di Ortixedri, cioè Horti cedri, che abbiam supposto proprio di questo luogo nel tempo che si stabilì in Sardegna la dominazione Aragonese, avesse sua ragione ne’ giardini di agrumi, i quali probabilmente vi furono piantati da’ Saraceni, come quelli di Milis e d’altri luoghi. Il clima e il suolo è ottimo, e si ha la condizione necessaria della possibilità della irrigazione anche per canali dedotti da’ due rivi. Ma perchè il guadagno, che si poteva avere dalla vendita di quelle frutte parve minore del lucro, che danno le messi, però si andò dimettendo questa cultura, e i giardini invece di ampliarsi si ristrinsero. Così con poco senno si neglesse questo ramo di produzione per volger tutte le cure sopra i cereali, contrariamente a quello che con eguale dissennatezza fecero i Milesi, i quali neglessero le altre parti della cultura per occuparsi quasi esclusivamente nella coltivazione degli agrumi. Ho detto con poco senno, perchè nocquero al loro interesse e gli uni e gli altri, che potendo sfruttare da uno ed altro,o da uno di essi nella disdetta dell’altro, sfruttano da un solo, e quando quest’unico non produce si trovano nella miseria. Ma finalmente pare che i Sansperatini si sieno accorti del danno, perchè da alcuni anni sonosi rivolti a questa coltivazione, che può esser loro molto proficua.
Oliveti. La cura degli olivi si fa d’anno in anno più studiosa, e già si possono noverare non pochi boschi di olivo, altri già ben cresciuti e sviluppati, altri vegetanti in loro giovinezza. I prodotti crescendo sempre più in copia crescerà il guadagno, e la popolazione verrà in maggiore agiatezza.
Gelsi. Se i Sansperatini coltivassero questa specie nel loro territorio, che è così idoneo alli medesimi, avrebbero in breve il nutrimento per l’educazione de’ bachi, e le loro donne si potrebbero occupare utilmente nella medesima con un lucro considerevolissimo.
Chiusi. I terreni chiusi da siepe di fichi d’India per seminarvi e tenervi a pastura il bestiame domito sono in gran numero, e la complessiva loro superficie forse oltrepassa i due mila starelli. I frutti abbondanti, che produce la suddetta siepe, non solo danno una parte al vitto delle famiglie povere, ma bastano a ingrassare molte centinaja di majali.
Pastorizia. Il bestiame rude di Sansperato consiste in pecore e porci, non essendo nel territorio pastura nè per vacche, nè per capre, come si è potuto intendere.Attendono al governo del medesimo 20 persone tra grandi e piccoli. Le greggie delle pecore possano avere in totale capi 2500, gli armenti di porci 350.
Il bestiame manso consiste in tori o buoi 600, cavalli 50, giumenti 320. Il formaggio di mediocre bontà serve alla consumazione del paese.
Apicoltura. Sebbene il luogo sia comodissimo per questa specie, e i fiori della bella e ampia vegetazione della regione interrivale e delle sponde de’ due rivi possano porgere nutrimento alle api di migliaja di alveari, non pertanto sono pochi che profittino di queste favorevoli condizioni.
Pesca e caccia. Alcuni attendono alla prima in certi tempi con mediocre guadagno. Sono più rari quelli che perseguitano le lepri e le pernici, che incontransi frequenti.
Commercio. Questo paese dista dalla grande strada sole due miglia e un terzo, e senza gran difficoltà può mandare le sue derrate al mercato della capitale, che non è lontana più di miglia 11.
Religione. La parrocchia di s. Sperato è compresa nella diocesi di Cagliari, ed è amministrata da un pro-vicario, assistito da un vice-paroco.La chiesa parrocchiale ha per titolare s. Sperato martire, il cui corpo dicesi ritrovato nello stesso sito verso il 1620. Egli è però verisimile che non fosse questa la prima invenzione, la quale deve riferirsi al tempo, in cui fabbricossi in quel sito una chiesa sotto il suo nome. Nell’epoca anzinotata i Sansperatini per imitazione de’ Cagliaritani e Sassaresi, che nella mania di trovar tombe di martiri, scavavano per tutto, avranno voluto riaprire il sepolcro conosciuto del martire. Le chiese minori sono tre, una dedicata a s. Lucia, la quale invocasi nelle malattie d’occhio; l’altra a s. Sebastiano eretta per voto in tempo di pestilenza; la terza a s. Giovanni. Vuolsi che in altri tempi fosse questa la parrocchiale, e può essere benissimo.
Trovandosi quest’ultima chiesa all’estremità della popolazione serve invece di camposanto, non essendosi questo ancora formato, come era stato ordinato dal governo. Le feste principali con molto concorso di forestieri e corsa di barbari sono per il titolare della parrocchia e per s. Prisca.
Antichità. Non mancano forse in questo territorio vestigia di antichi norachi, i quali se non appariscono più, dovrà attribuirsi alla demolizione, che sia stata fatta per adoperare i materiali in altre costruzioni.
Dove ora è l’abitato fu popolazione in tempi antichissimi, e ne abbiamo prova nelle molte vestigia, che dentro e fuori del paese si vedono, e nelle molte camere sepolcrali fabbricate a mattoni, ove si rinvennero reliquie d’ossa, lucerne, anforette, scodelle, e grandi truogoli di pietra lunghi più di 3 metri, larghi 0,70, e profondi, che si credono urne e avelli, perchè in alcuni vi si trovano ossa, che parvero gigantesche, e son poche tombe coperte di tegole, lunghe circa met. 0,50, larghe 0,25. L’ignoranza delle persone, che scoprirono quelle antichità, rese inutile alla archeologia quelle scoperte. Certamente si trovarono oggetti degni di museo, monete, e forse iscrizioni; ma perchè non se ne conosceva il pregio, si gittarono, e se furon monete preziose si barattarono.
Forse fu luogo di villeggiatura ne’ tempi romani. Se veramente, come si è congetturato, era questo il paese, che nella curatoria di Decimo avea nome di Orticedro, esso perdette il nome, che avea nell’epoca romana, e prese questo quando i Saraceni, come ho supposto, vi piantarono de’ cedri. Questo nome era ancora in uso nel secolo XIV, trovandosi la villa di Orticedro tra le altre, che nel 1355 avea in feudo Berengario Carroz. Non trovasi poi altra menzione di Ortixedro, e quello di s. Sperato non si incontra che circa 84 anni dopo, cioè nel 1441, quando Galzerando Guglielmo e Giovanni Torrellon comprarono da Giordano de Tolo le ville di Sipont, Sansperato, villa Speciosa ecc. Sarebbe difficile nel difetto de’ documenti render ragione del nome di questo luogo un’altra volta mutato. Forse in quei tempi di guerre frequenti e di pestilenza mancò la popolazione, e le famiglie che poi vi si stabilirono a ripopolarla, essendosi poste intorno alla chiesa di s. Sperato, presero il nome della medesima.
Sansperato era parte della Baronia di Serdiana come diremo.Fu poi separato da quel feudo ed eretto in marchesato. Questo feudo era aperto e pagavano quanti erano giunti all’età di anni 18, sebbene figli di famiglia, nella maniera seguente; gli ammogliati, se arassero con buoi propri, dovean pagare in moneta reali 18, in natura imbuti 12 di grano, 4 d’orzo, ed una gallina; se arassero con buoi altrui, reali 12, imbuti 12 grano, ecc. come sopra: i celibi che lavorassero con buoi altrui reali 6, imbuti 12 ecc., quelli che non arassero reali 11 ed una gallina.Era poi un’altra prestazione, alla quale erano obbligati tutti i vassalli, divisi secondo la fortuna in sei classi, e pagavasi nella prima di grano star. 3, imbuti 14, d’orzo metà; nella seconda star. 2, imbuti 13 grano, e metà d’orzo; nella terza star. 1, imbuti 8 grano e metà d’orzo; nella quarta star. 1 grano, metà orzo; nella quinta imbuti 8 grano, e metà d’orzo; nella sesta imbuti 4 grano e metà d’orzo.Quelli d’altra giurisdizione, che coltivassero in quel territorio dovean pagare la mezza portadia, come dicevasi. Pagavasi poi il così detto tauleddu, cioè den. 3 per ogni brocca di mosto contenente sei quartare: quindi per ogni bue che si macellava soldi tre; per ogni porco un soldo e mezzo (moneta antica); per ogni ovile mezzo scudo. Finalmente per l’affitto de’ terreni demaniali scudi 50. Questo villaggio diede il titolo marchionale alla casa Cadello. Fu la prima volta infeudato con altri villaggi di Partiolla e Nuraminis (erano questi Sipont, Soleminis, Magor, Sirici, Susua e Villaspeciosa) dal re D. Alfonso V a Giordano di Tolo, Catalano, con diploma de’ 4 marzo 1421, speditogli da Palermo in rimunerazione de’ servigi prestati. La donazione fu in feudo juxta morem Italiae con ogni giurisdizione civile e criminale, con ogni diritto, utile e tutti gli altri annessi, eccettuato in favore del sovrano il mero imperio, il laudemio, la fatica, l’appello, il ricorso, e tutte le altre regalie, che secondo il costume d’Italia, spettavano al signore supremo. A questi succedette suo figlio Giordano II, il quale, come erede universale del padre lasciato in tenera età, vendette con autorità de’ suoi curatori le suindicate ville a Galcerando, Guglielmo e Giovanni fratelli Torreles per stromento de’ 14 marzo 1442 in prezzo di lire duemila cinquecento.Alla vendita accedette l’assenso del Procuratore Reale con le clausole, salvis juribus domino regi pertinentibus, ed indi la regia approvazione con diploma dello stesso re Alfonso spedito da Napoli sotto la data de’ 2 giugno dello stesso anno e con le stesse clausole. Galcerando fu il possessore solidario del feudo, al quale, secondo il Vico, fu dal re D. Giovanni accordato il mero e misto imperio nell’anno 1464.Costui cominciò a smembrare il feudo nel 1490, avendo venduto con assenso di suo figlio Onofrio per istromento del 5 aprile in lire tremila a Gerardo Botter alcuni villaggi, cioè Sansperato, Sipont, Susua, Siminis ed altro denominato Arcedi, tutti, ad eccezione del primo spopolati. Il procuratore reale, e per lui il luogotenente Giacomo Sanchez, diede anche a questo contratto il suo assenso con le solite riserve, confessando allo stesso tempo la ricevuta del laudemio.  Seguì a questo assenso l’approvazione del Sovrano con diploma de’ 20 ottobre dello stesso anno, col quale, perchè il mero e misto imperio diceasi conceduto a vita soltanto di Galcerando e Onofrio suo figlio, si confermò tal concessione a favore del nuovo acquisitore Botter e di lui successori in perpetuo con la clausola in feudum juxta morem Italiae. Succeduto a Gerardo Botter il figlio Ludovico fu investito dalla Infante Donna Giovanna per atto 20 maggio 1519 con la clausola natura feudi in aliquo non mutata. Per la morte di Ludovico subentrava nel feudo suo figlio Nicolò, ed ebbe investitura per atto 18 marzo 1522 con la clausola ad propriam naturam feudi. Nicolò essendo morto senza prole mascolina, succedette in virtù del capitolo di corte, che ammetteva le femmine viventi in tempo che si celebrarono le corti del 15 sua figlia Teodora Botter, la quale fu investita in persona di Nicolò Porcella, di lei procuratore, suo figlio primogenito, che avea avuto da Gaspare Porcella, feudatario di Serdiana e Donori, è per atto de’ 5 ottobre 1599, con la stessa clausola surriferita. Alla morte de’ genitori Nicolò succedette in ambo i feudi; e fu investito del paterno per sentenza de’ 24 dicembre 1597, e del materno per sentenza de’ 22 dicembre 1615, come notasi nella storia di Serdiana. In questa si ha il progresso d’ambedue i feudi sino alla loro devoluzione definitivamente pronunciata con sentenza del Supremo Regio Consiglio di Sardegna del 12 settembre 1746. Proporremo qui la detta storia di Serdiana e Donori, che ebbero poi il titolo di marchesato di s. Saverio.Questi due paesi, Serdiana e Donori, come gli altri tutti dell’Incontrada di Partiolla furono in diversi tempi ed a diverse persone separatamente infeudati. Quello di Serdiana fu primieramente donato in feudo, secondo il costume d’Italia, con gli altri oggi distrutti di Baco, Turri e Sebatzo, al chirurgo cagliaritano Antonio Bollaix per atto, speditogli dalla procurazione reale addì 27 settembre del 1420.Pietro Rigolf, che ne ebbe in questo tempo a reggere l’ufficio, lo volle così rimunerare de’ servigi prestati alla corona in virtù della facoltà d’infeudare, accordata a’ procuratori reali con carta reale dell’1 giugno1413.Con siffatta donazione, che fu poi confermata in Cagliari dal re Alfonso con diploma del 26 gennajo 1421, fu trasferto nel donatario e suoi successori qualunque diritto e giurisdizione con l’obbligo di pagare annualmente alla regia cassa tre fiorini d’oro fintantochè vi fossero ne’ villaggi 25 famiglie a più degli ottanta della stessa moneta d’Aragona graziosamente dal donatario pagati. Si riserva però al Sovrano il mero imperio, l’appello, il ricorso, il laudemio, la fatica di giorni trenta ed ogni altra qualunque regalia; e si proibiva al donatario e successori di vendere il feudo, trasferirlo, alienarlo, dividerlo in due o più parti e di accoppiarlo ad altro per via di compra, di matrimonio od altrimenti, senza di espressa sovrana licenza.Nell’anno poi 1432 comprò lo stesso Bollaix dal procuratore reale, Pietro di Montalba, con ogni diritto e giurisdizione, eccettuato il mero imperio, per istromento del 16 giugno, nel prezzo di lire cento, il villaggio spopolato di Sipiola della stessa Incontrada. Dopo qualche tempo vendette tutto nello stesso modo a certo Francesco Tomich, cui succedette suo figlio chiamato Salvatore; e a questi il suo primogenito Giovanni, lasciato in minorità nel 1506 con un secondogenito chiamato Pietro, come consta da un atto d’investitura de’ 4 aprile di detto anno.Per tale atto fu investito del suddetto villaggio di Serdiana popolato e di quello di Donori e tanti altri spopolati, l’anzidetto Giovanni, che per la morte del di lui padre Salvatore, accaduta nell’anno precedente, aveane proposto domanda per il suo curatore Gaspare Fortesa. Succedeva a Giovanni suo figlio Marziale, cui fu parimente data l’investitura in feudum et juxta naturam feudi con assistenza della madre Angela Tomich, sua tutrice e curatrice, per atto speditogli addì 26 marzo 1530 nella città di Bologna, dove a tale oggetto erasi presentato il loro procuratore Simone Carrillo.Morì Marziale senza discendenza, ed alla di lui morte dovette essergli suscitata disputa sulla successione tra collaterali, cioè tra la di lui sorella Antonia Tomich, e altro di lui zio paterno, chiamato Giovanni, il quale si dice aver avuto la preferenza. Non si è però potuto indovinare come, ciò non ostante, e per qual ragione e via, certo Giacomo Tomich avendo ciò esposto in tribunale chiese ed ottenne di essere investito per sentenza de’ 10 gennajo 1539. Dopo qualche anno il feudo pervenne di nuovo per la morte in prole dell’ultimo possessore alla real corona, al quale avendo trovato soggetto a molte pensioni arretrate ed a gravi capitali censi si dovette esporlo in vendita all’incanto sulle instanze de’ creditori. Fu quindi deliberato a Pietro Mora, come miglior offerente, nel prezzo di lire dodici mila sarde, per atto de’ 18 settembre 1544, spedito dal procuratore reale Giovanni Fabra per il deliberatario e suoi qualunque con ogni utile, giurisdizione, mero e misto imperio, come lo avean posseduto i precedenti utili signori in feudo, però secondo gli usi d’Italia. A Pietro Mora succedette il figlio Andrea, il quale lo vendeva poi coll’assenso del Procuratore reale in lire undicimila cinquecento a più di lire ottocento quarantasette di laudemio, mediante stromento de’ 20 giugno 1554, che fu corroborato dalla regia approvazione a termini della prima concessione con diploma de’ 24 gennajo 1555, in favore di Geronimo Porcella e suoi. Succedette a D. Geronimo il suo figlio Gaspare sopranominato, il quale prese per moglie Teodora Botter, feudataria di s. Sperato, parimente sopranominata, da’ quali nacquero Nicolò, Giambattista, Maria, Paola ed Anna Porcella.Alla morte de’ genitori fu quindi, come abbiam sopranotato, investito il primogenito Nicolò del feudo di Serdiana, e poi di quello di s. Sperato. Essendo poi trapassato Nicolò senza figli si suscitò lite per la successione ad ambi i feudi tra la predetta Maria seniore, sorella del defunto possessore, la Maria giuniore figlia del predetto Giambattista, ed il regio fisco patrimoniale. Portata la causa a sentenza pronunziò la Procurazione reale addì 18 aprile del 1630 co’ voti della reale udienza in favore della giuniore, ed essendosi supplicato alla stessa reale udienza fu confermata la sentenza del 18 aprile con altra del 10 successivo luglio. Era la Maria giuniore maritata con Francesco Fortesa, da cui ebbe due figli D. Giambattista e D. Clemente. Alla morte della madre e il suo primogenito chiedette addì 9 ottobre 1638, l’investitura dalla Procurazione reale. Il regio fisco gli fece opposizione; ma questa non istante il tribunale gli concedeva per sentenza de’ 16 maggio 1639 con la clausola reservato iure regii fisci in alio iudicio.
Avendo il fisco appellato da questa sentenza alla R. udienza, dopo implorati anche i voti del supremo di Aragona, si terminò la lite con una transazione, stipulata tra esso Francesco Fortesa, come padre e legittimo amministratore del figlio, e questa transazione fu poi confermata con regio diploma dato in Madrid addì 3 marzo del 1647. A Giambattista per esser morto senza discendenti succedette Clemente, suo fratello, in cui favore si dichiarò la successione con sentenza de’ 2 ottobre 1670.Sposava D. Clemente Paola Aymerich e ne aveva due figli, uno maschio, chiamato D. Giambattista, ed una femmina nominata D. Catterina. Giambattista era investito della giurisdizione dopo la morte del padre per atto de’ 10 dicembre del 1686. A costui, che ebbe pure altri feudi col titolo di conte di Montacuto nel 1699 dal re Carlo II, era successore il figlio D. Gregorio Fortesa, cui fu provveduta l’investitura con sentenza de’ 29 agosto 1727. Non ostante questa sentenza fu D. Gregorio turbato nella possessione del feudo, avendo dovuto proseguire la lite col fisco sin tanto che ne fu spogliato dalla R. udienza con sentenza de’ 23 gennajo 1744, con cui si dichiaravano ambi i feudi devoluti, e di nessun valore le precedenti sentenze e la suindicata transazione. Provocò D. Gregorio dalla sentenza della R. udienza al Supremo Consiglio di Sardegna; ma fu la medesima confermata con altra de’ 12 settembre 1746. Incorporati così detti feudi alla corona, avendo le R. finanze bisogno di denaro, cercò l’intendente generale, conte di Calamandrana, di vendere al miglior offerente il feudo di Serdiana e quello di Donori. Il progetto più vantaggioso fu quello, che sotto li 23 agosto era presentato da D. Maria Francesca Brunengo, vedova di D. Francesco Carcassona, come tutrice e curatrice de’ comuni figli pupilli. Progettava in sostanza che le fosse accordato nella suddetta qualità: 1.º Le due ville di Serdiana e Donori, rispettivi territorii, salti, montagne con le ville spopolate che fossero comprese nella baronia, con ogni giurisdizione, col mero, e misto imperio ecc., come le aveano possedute i conti di Montacuto e di poi la R. azienda, compresa pure la franchigia de’ grani detti d’insierro nella qualità di starelli 182: 2.º Che fosse compresa nella vendita la casa baronale e tutti i terreni aratorii situati in detta villa di Serdiana, bensì senza obbligo di evizione per parte dell’azienda, e col patto di praticarsi e di inserirsi l’estimo di detta casa a cautela della progettante, e de’ suoi; 3.º Che le fosse data la facoltà di rivendicare qualsivoglia bene e diritto, che fosse prima spettato al feudo delle due predette ville: 4.º Che dette due ville si infeudassero in feudo improprio secundum quid, cioè ammettendosi alla successione anche le femmine, discendenti legittimamente dalla progettante in infinito, con ordine di primogenitura e di prelazione de’ maschi alle femmine: 5.º Che si obbligasse il R. patrimonio alla evizione restituendo alla progettante, o successori, il prezzo sborsato, qualora si evincesse il feudo, ed indennizzando qualora sul detto feudo si trovasse qualche censo, od altro peso legittimamente imposto: 6.º Che l’avvocato fiscale patrimoniale dovesse con tutta premura far decidere le differenze che avea con D. Gregorio Fortesa sulla spettanza di certe terre e di certi capitali censi, esistenti nelle due ville: 7.º Che dovesse la progettante pagar la somma di scudi ventisettemila per prezzo della compra col patto che quindici mila fossero sborsati subito dopo ottenuta la R. approvazione, settemila in tutto l’anno 1750, quindi un migliajo in ciascuno degli anni seguenti, o più ad arbitrio, con l’interesse al 5 % delle somme residue, non ostante l’accordata dilazione: 8.º Che essa e i successori nel feudo invece del servigio militare dovesse corrispondere il R. donativo in proporzione e come si pagava dagli altri feudatarii del regno, non che prestare gli altri servigi, che erano prestati dagli altri: 9.º Che essa progettante dovesse venire immessa nel possesso subito dopo pervenuta la R. approvazione e fatto il primo pagamento e si dividessero col R. patrimonio pro rata i redditi dell’anno computandosi dal primo gennajo: 10. Che se le dovesse accordare il titolo marchionale di s. Saverio, reale e transitorio col feudo in tutti i successori nel medesimo, e condonare i diritti di mezz’annata e di sigillo.
A termini di questo progetto stipulavasi lo stromento nella intendenza generale sotto il 29 dello stesso mese di agosto; quindi era munito della sovrana approvazione con diploma del re Carlo Emmanuele dato nella Venaria addì 24 d’ottobre dello tesso anno 1749, con la condizione espressa nello stesso contratto che non si potesse in modo alcuno disporre del feudo. Con altro diploma del medesimo Sovrano sotto la data dello stesso giorno fu accordato il titolo marchionale di s. Saverio a tutti i possessori del feudo con la grazia speciale che ne potesse usare la progettante in sua vita, sebbene nello stesso tempo ne godesse il suo figlio, o la figlia che possederebbe il feudo. Avendo in appresso D. Maria Francesca pagato alla R. cassa con apoca del 17 susseguito dicembre li scudi quindici mila, secondo il pattuito, presentò l’apoca e gli altri titoli nel R. patrimonio per essere investita a nome del suo primogenito D. Efisio Carcassona. Il tribunale provvide in coerenza alla domanda con sentenza de’ 18 dello stesso mese, e mandò investirsi la ricorrente, come tutrice de’ figli, secondo le condizioni, clausole e riserve del sunnotato diploma. Il suddetto D. Efisio Luigi fu quindi il primo possessore del feudo, ed essendo morto senza prole mascolina nell’anno 1801 subentrò la sua primogenita D. Francesca. A costei morta pure senza prole succedeva nel 1823 la secondogenita, come le succedeva nel contado di Monteleone.
Or ritorneremo sul feudo di Sansperato. Per la stessa ragione della ristrettezza delle finanze, l’intendente generale, Calamandrana, pose in vendita il feudo di s. Sperato, e lo deliberò in favore del miglior offerente, che fu D. Giuseppe Cadello, giudice della R. udienza nella sala criminale, nel prezzo di scudi sardi diciasette mila e cinquecento alle condizioni da lui presentate addì 20 dicembre del 1748: 1.º Che se gli vendesse il detto villaggio con tutti i territorii, salti e villaggi spopolati, compresi in questa baronia, con ogni diritto, utile e giurisdizione, mero e misto imperio, come era stato posseduto da’ conti di Montacuto, e dopo la devoluzione dalla R. corona: 2.º Che se gli cedesse ogni azione per rivendicare qualunque diritto o bene feudale usurpato, con protezione, non però con evizione per parte del R. fisco: 3.º Che la vendita fosse fatta sotto la clausola di feudo improprio con diritto di successione anche alle femmine legittimamente procreate, con ordine di primogenitura e prelazione de’ maschi; inoltre con la facoltà al solo acquisitore di poterne disporre tanto per atto tra vivi in favore di qualunque persona ben vista e grata al Re, mediante regio assenso, pagamento del laudemio e riserva della fatica di giorni 30, quanto per ultima volontà a favore de’ suoi nipoti, cioè de’ figli ed ulteriori legittimi discendenti del cugino D. Francesco Ignazio Cadello, giudice della R. udienza, se l’acquisitore non lasciasse discendenza nè dell’uno, nè dell’altro sesso: 4.º Che il R. patrimonio gli restasse obbligato di evizione per il dominio di detto feudo, per qualunque de’ salti o territorii del medesimo, censo o credito feudale, che i vassalli ricusassero da lui, di quelli soliti pagarsi a’ conti di Montacuto, ed alla R. azienda dopo la devoluzione, tenendo indenne il feudatario in rispetto della cosa evinta: 5.º Che il fisco sollecitasse la decisione della sua lite del conte di Montacuto, il quale dopo la devoluzione pretendeva la surrogazione e successione ne’ censi supposti comperati, o lasciati dal di lui padre: 6.º Che il progettante pagasse la finanza di scudi diciassette mila in diverse rate; cioè diecimila subito dopo ottenuta l’approvazione del Re, duemila nel 1752, e il resto nel 1753 con gli interessi al 5% per le somme non pagate: 7.º Che il feudatario invece del servigio militare pagasse il R. donativo come gli altri feudatari, e fosse obbligato agli stessi pesi e servigi, cui eran soggetti gli altri: 8.º e 9.º, come la 9 e 10 del contratto precedente.
Ammessi questi patti dal sunnominato intendente generale se ne stipulò nell’officio l’opportuno istromento sotto li 27 febbrajo del 1749, salva l’approvazione sovrana, la quale fu in conformità ottenuta per diploma del re Carlo Emanuele III, dato in Torino agli 11 aprile dello stesso anno. Con questa stessa data era spedito il diploma, con cui, a tenore del contratto, accordavasi a’ feudatarii di s. Sperato il titolo marchionale. Pervenuto in Cagliari questo diploma e fattosi il proposto primo pagamento fu D. Giuseppe Cadello per sentenza del 14 maggio investito del feudo e decorato del titolo di marchese. Morto senza prole il suddetto primo marchese si aprì nel 16 ottobre del 1772 il di lui testamento fatto nel 1766, e si trovò disposto da lui che nel caso esso testatore mancasse senza discendenza allora gli succedesse D. Salvatore Cadello, suo nipote, figlio primogenito del cugino e cognato D. Francesco Ignazio Cadello, e tutta la discendenza legittima e naturale e mascolina di esso D. Saturnino, con l’ordine di primogenitura e con la condizione che mancando i discendenti agnati di D. Saturnino, passasse il feudo e la primogenitura a D. Ignazio Cadello, suo fratello, che allora trovavasi nella Spagna, ed alla sua discendenza agnatizia ec.Conformemente a tale disposizione D. Saturnino primo chiamato prese possesso del feudo nell’immediato giorno 17 dello stesso mese, e fu investito per sentenza de’ 9 agosto 1774 con ogni dritto, giurisdizione ed imperio in feudo retto, proprio e improprio ancora in parte. Morì D. Saturnino senza prole, ed essendo pure morti senza prole D. Ignazio secondo chiamato, e D. Antioco terzo chiamato, succedeva il primogenito di costui D. Efisio Cadello, che fu ultimo possessore del feudo. Riscatto del feudo di s. Sperato. Nell’anno 1839 addì 12 giugno si convenne in Torino tra il barone di Teulada D. Carlo Sangiust, procuratore del marchese di s. Sperato D. Efisio Cadello-Asquer ed il commendatore D. Giuseppe Mercurino Arborio di Gattinara, relatore deputato in questa causa feudale, in queste condizioni: 1.º Il marchese suddetto di s. Sperato per se, suoi eredi e successori, trasmetterebbe nel R. Demanio con tutte le clausole abdicative il feudo di s. Sperato, svestendosi di tutti i diritti, e ne investirebbe il R. Patrimonio, presso cui ne rimarrebbe reintegrato il pieno e libero dominio, come se mai non fosse tale feudo distaccato dal R. demanio. 2.º Sarebbe in arbitrio del R. fisco, quale cessionario, di proseguire avanti al Supremo S. Consiglio il giudizio di ricorso dalla sentenza delli 6 ottobre 1831, proferta dalla delegazione nella lite tra esso marchese e il comune di s. Sperato per l’accertamento delle prestazioni. 3.º Rimarrebbero riservati a D. Efisio Cadello e a’ suoi successori il titolo di marchese di s. Sperato, di cui si fregierebbero, come per lo passato e, sebbene posti nel territorio del feudo i seguenti poderi chiusi, cioè 6 starelli in Ispinarjus, 3 star. in Garoppus, 6 imbuti in Piscina-Figu, e imb. 12 in Su Curazzu. 4.º I detti stabili sarebbero dal marchese posseduti, come proprietà privata, soggetta però a’ vincoli prescritti dall’art. 8 del R. editto del 1838, e dall’art. 1 della carta reale 21 agosto 1838, soggetta pure a tutti i tributi e dirame, e si intenderebbero specialmente ipotecati per l’esatto adempimento delle condizioni e patti convenuti in questo atto. 5.º Che la cessione verrebbe fatta mediante il prezzo di lire sarde quarantatre mila settecento cinquanta, pari a l. n. ottantaquattro mila, corrispondenti all’annua rendita di lire sarde due mila cent’ottantasette, e soldi dieci, pari a l. n. quattro mila duecento. 6.º Il detto prezzo verrebbe corrisposto dalle R. finanze col mezzo della inscrizione sul gran libro del debito pubblico del regno della rendita a favore del marchese, corrispondente al 5% alla somma sopraenunciata da decorrere dall’1 del prossimo mese di ottobre, con dichiarazione, che sarebbero di esclusiva spettanza di esso signor marchese tanto li redditi e frutti sino a tal epoca maturandi che maturati, salvo ogni diritto per gli arretrati. 7.º L’inscrizione a favore del marchese resterebbe a termini dell’art. 1 della carta reale 21 agosto 1838 sottoposta a quegli stessi ordini di successione, a’ quali, ove non fosse seguito il riscatto, sarebbe soggetto il feudo, non solo per disposizione dell’infeudazione, ma eziandio per volontà dell’uomo.Sarebbe la detta inscrizione vincolata pure per l’obbligo, che si avea assunto il marchese, della guarentigia per la piena ed indistinta evizione e libertà del feudo da’ carichi di censo, o di qualunque altro peso reale. 8.º Siccome però era stato chiesto ed ottenuto dal marchese lo svincolamento e la libera disponibilità del quarto del prezzo capitale del feudo suddetto, se gli assegnava però libera affatto da qualunque vincolo l’iscrizione d’una rendita corrispondente alla somma capitale di l. n. dieci mila novecento trentasette e soldi dieci, pari a l. n. ventun mila, la quale non sarebbe nelle sue mani libera e disponibile, se non dopo l’eseguimento degli incombenti, che a salvezza degli altrui diritti, per qualunque peso reale caricato sull’antico feudo, fossero a tal uopo prescritti dalla legge. 9.º Mediante l’effettiva iscrizione, che sarebbe in favore del marchese accesa nel gran libro e con le condizioni sovra espresse, esso marchese riconoscerebbe d’essere pienamente satisfatto per l’intero prezzo convenuto per il riscatto del suo feudo. Riscatto del feudo di Soleminis. Questo feudo essendo posseduto dal signor D. Vincenzo Anastasio Amat, e questi come possessore di altri feudi, che erano le baronie di Bonvehi, di Ussana, di Romagna, di Montiverro, delle curatorie di Austis e di Montimannu, della signoria di Olmedo e del venteno di Alghero, avendo offerto al Re per il riscatto tutte queste giurisdizioni; però proporremo la convenzione che si fece per tutte.Nel 24 luglio dell’anno 1839 essendo stati terminati i giudizii di ricorso dalle sentenze delli 13 e 16 agosto, 1, 3, 15, e 17 settembre 1838, proferite dalla R. delegazione sopra i feudi, creata col R. editto de’ 30 giugno 1837, nelle cause per l’accertamento de’ redditi feudali de’ villaggi d’Austis, Teti e Tiana, formanti con la montagna, detta Montimannu, le curatorie di Austis; di quello di Soleminis, unico di quel marchesato; de’ villaggi di Padria e Mara, componenti la curatoria di Bonvehi, di quelli di Sorso e Sennori, esistenti nella baronia di Romagna, del villaggio di Ussana, che formava col villaggio spopolato di s. Giuliana, la baronia di Ussana, e della popolazione d’Olmedo, vertite tra il suddetto Amat e i comuni de’ villaggi predetti; essendo passate in cosa giudicata le sentenze de’ 28 aprile 1838 e 13 marzo 1839, le sentenze proferte dalla R. delegazione nelle cause per l’accertamento delle rendite de’ villaggi di s. Lussurgiu e Sennariolo, de’ quali era composta la baronia di Montiverro, e per la liquidazione del venteno d’Alghero; essendosi proceduto di comune accordo delle parti alla liquidazione de’ redditi e prestazioni de’ feudi suddetti, donde risultò un reddito netto nella complessiva somma di lire sarde tredicimila seicento ottantotto, soldi diciasette, denari sette, corrispondenti a l. n. di Piemonte ventisei mila duecento ottantadue, centesimi sessantaquattro, senza che avessero contribuito a formare tal somma i redditi delle tanche e case, le quali restavano nella proprietà del feudatario; ed essendosi dal Re gradita l’offerta fatta dal marchese della redenzione di tutti i suddetti feudi, si aprirono le trattative, e l’offerente chiese in compenso tante cedole sul debito pubblico dello stato, che rispondessero a cento lire di capitale per ogni lire 5 della rendita netta, risultante dalla complessiva somma di lire sarde 13,688. 17. 7, e dalla liquidazione d’accordo delle parti formatasi il 24 dello stesso luglio; quindi supplicò libero affatto da qualunque vincolo feudale o fidecommesso le cedole rispondenti alla terza parte del reddito netto, per la concorrente di lire sarde quattro mila cinquecento sessantadue, ss. diciannove, denari 2 1/3, e di poter ritenere come proprietà privata i seguenti stabili: Nella baronia di Romagna e nel territorio di Sorso, un oliveto, un magazzino, un cortile chiuso, e un terreno sabbioso dell’area di star. 300, detto della Marittima. Nella baronia di Bonvehi, e nel territorio di Padria, il palazzo baronale con un magazzino ed un piccolo chiuso. Nella curatoria d’Austis in Montimannu, un piccolo chiuso, detto giardino de’ nocciuoli. Nel territorio d’Olmedo due tanche, appellate una Pala Reale, l’altra del Prato.
Nella baronia d’Ussana, il suolo della casa baronale, e starelli 15 di terreno feudale, che da 30 e più anni coltivava per conto proprio.Nel marchesato di Soleminis un caprile ed un chiuso con casa incominciata. Avendo pure supplicato il marchese perchè si dichiarasse non cadere nel riscatto i terreni del privato patrimonio del barone, posseduti in Ussana, nè gli altri di suo privato dominio situati nel territorio di Soleminis, ed avendo avuto l’adesione del R. fisco generale nella maggior parte delle sue domande, si divenne alle seguenti condizioni: 1.º Che esso barone rilascerebbe e trasmetterebbe al R. demanio con tutte le clausole abdicative, ec.: 2.º Che riserverebbe quello che volea riservato nelle baronie ecc. come sopra si è accennato, esclusi li star. 15 notati nel feudo di Ussana; ma riterrebbe i diritti che li poteano competere nel territorio d’Olmedo sopra due piccole tanche, date in enfiteusi. 3.º Che i summenzionati stabili sarebbero, salvo il diritto de’ terzi, posseduti dal barone nella precisa estensione, che allora appariva, soggetti però a quegli ordini di successione, cui potessero per avventura trovarsi alligati, ed a tutti i tributi, dirame ecc. 4.º Questa cessione si farebbe nel complessivo prezzo di lire sarde duecento settanta mila settecento settantassette, soldi undici, denari otto, ossieno, lire nuove cinquecento venticinque mila seicento cinquantadue e centesimi novantasei, corrispondenti al 100 per 5 della rendita netta di lire sarde 13,788. 17. 7, equivalenti a l. n. 26,282. 64. 5.º Questo prezzo verrebbe corrisposto dalle R. finanze col mezzo dell’inscrizione sul gran libro del debito pubblico della rendita corrispondente al 5 % alla somma sopraenunciata ec. 6.º, 7.º 8.º e 9.º genericamente come nel precedente contratto.

STATO DELLE RENDITE Soleminis, marchesato, lire nuove 1420. 80. Bonvehi, baronia ” 5502. 84. 8. Romagna, baronia ” 5965. 54. 4. Ussana, baronia ” 1951. 65. 6. Austis e Montimannu, curatoria ” 1738. 43. 2. Olmedo ” 4482. 94. 4. Montiverro, baronia ” 2651. 77. 6. Alghero, venteno, con le pensioni e canoni, che nella sentenza si detrassero dall’attivo, ma che dovean rimanere a carico del barone. ” 2768. 64. 8.
Lire nuove 26482. 64. 8. (tratto integralmente dal dizionario Angius-Casalis)
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SHARDANA

Il Prenuragico

Il periodo riguardante la Sardegna prenuragica comprende un arco temporale molto lungo che va dal 450.000 al 1.800 a.C., cioè fino al periodo in cui si datano i primi protonuraghi. L’unica fonte di informazione attendibile sono i dati archeologici che ci danno la possibilità di interpretare le abitudini di vita dei primi uomini che popolarono la Sardegna.

La lingua sarda  è una infrastruttura primaria

GLOSSÀRIU isperimentali cunforma a sas normas de referèntzia a caràtere isperimentale pro sa limba sarda iscrita, in essida, de s’Amministratzione regionale

Consulta il glossario

http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_108_20090205122945.pdf

topinu1

www.TOPINU.i

https://it.glosbe.com/sc/it

(traduttore on line in lingua sarda)


1c710-sardignastemma
statutosardocopia200

               LO STATUTO SPECIALE 

Leggi:http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_39_20050318114805.pdf

I Sardi  Vinti ma non Convinti                                                                                            C.Masala

Sas Cosas B’a’ cosas chi pro las cumprendere bi chere’ tempus e isperienzia; e cosas chi cand’ un’ at isperienzia non las cumprende prusu. Cosas chi pro fortuna s’irmenticana e cosas chi pro fortuna s’ammentana; e cosas chi si credene irmenticadas e chi imbezzes una die a s’improvvisu torran’a a conca.                                                                           Mialinu Pira

Gli Uomini Gli uomini che non comprendono il presente sono indegni di pensare all’avvenire                                                                                                                     F. De Sanctis

Gli Intellettuali  Quando si distingue tra intellettuali e non- intellettuali in realtà ci si riferisce solo alla immediata funzione sociale della categoria professionale degli intellettuali, cioè si tiene conto della direzione in cui grava il peso maggiore della attività specifica professionale, se nell’elaborazione intellettuale o nello sforzo muscolare-nervoso. Ciò significa che se si può parlare di intellettuali, non si può parlare di non-intellettuali, perché non-intellettuali non esistono. Ma lo stesso rapporto tra sforzo di elaborazione intellettuale-cerebrale e sforzo muscolare-nervoso non è sempre uguale, quindi si hanno diversi gradi di attività specifica intellettuale. Non c’è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens. Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare. Il problema della creazione di un nuovo ceto intellettuale consiste pertanto nell’elaborare criticamente l’attività intellettuale che in ognuno esiste in un certo grado di sviluppo, modificando il suo rapporto con lo sforzo muscolare-nervoso verso un nuovo equilibrio e ottenendo che lo stesso sforzo muscolare-nervoso, in quanto elemento di un’attività pratica generale, che innova perpetuamente il mondo fisico e sociale, diventi il fondamento di una nuova e integrale concezione del mondo. Il tipo tradizionale e volgarizzato dell’intellettuale è dato dal letterato, dal filosofo, dall’artista. Perciò i giornalisti, che ritengono di essere letterati, filosofi, artisti, ritengono anche di essere i “veri” intellettuali. Nel mondo moderno l’educazione tecnica, strettamente legata al lavoro industriale anche il più primitivo o squalificato, deve formare la base del nuovo tipo di intellettuale. Su questa base ha lavorato l’”Ordine Nuovo” settimanale per sviluppare certe forme di nuovo intellettualismo e per determinarne i nuovi concetti, e questa non è stata una delle minori ragioni del suo successo, perché una tale impostazione corrispondeva ad aspirazioni latenti e era conforme allo sviluppo delle forme reali di vita. Il modo di essere del nuovo intellettuale non può più consistere nell’eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, “persuasore permanentemente” perché non puro oratore – e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane “specialista” e non si diventa “dirigente” (specialista + politico).                                                                                                     A. Gramsci

Il Sindacalista “…non ha senso per un sindacalista della CGIL chiedersi se appartenga alla destra o alla sinistra del PCI, quello che conta è la pratica critica, il duro ripensamento e la ricerca creativa perchè appartengono a tutti coloro che vogliono uscire dai luoghi comuni, dalle pigrizie, anche e spesso della sinistra..”                                                                B. Trentin

Sardus Pater   “Incorporare il passato per aprirsi all’avvenire è una costante resistenziale e libertaria dei Sardi”                                                                                                               G. Lilliu

La Lotta Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”.                                                                                                 E. Berlinguer

La Nonviolenza   Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci M.Ghandi

La Politica             Se parliamo di fare il possibile, sono capaci tutti. Il compito della politica è pensare l’impossibile. Solo se pensi l’impossibile hai la misura di quello che puoi cambiare.                                                                                                                               P. Ingrao                   

Carpe Diem Oh Vergine cogli l’Attimo che fugge Cogli la rosa quand’è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi domani appassirà.                         Orazio

L’Indifferenza Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.                              B.Brecht

Il Pensiero Gli uomini temono il pensiero più di qualsiasi cosa al mondo, più della rovina, più della morte stessa. Il pensiero è rivoluzionario e terribile. Il pensiero non guarda ai privilegi, alle istituzioni stabilite e alle abitudini confortevoli. Il pensiero è senza legge, indipendente dall’autorità, noncurante dell’approvata saggezza dell’età. Il pensiero può guardare nel fondo dell’abisso e non avere timore. Ma se il pensiero diventa proprietà di molti e non privilegio di pochi, dobbiamo finirla con la paura.                                   B. Russell

L’ Onesta’  Per questi soltanto ho parlato e per tutti quelli che nelle mie file o in file diverse di qualsiasi partito, hanno invocato la tregua di Dio sul terreno, ove tutti i cuori onesti si incontrano.E ho parlato per la pubblica coscienza, la quale, infallibile giudice, sa distinguere il linguaggio del galantuomo indignato da quello del libellista, il linguaggio del vero da quello della menzogna – e alla quale mi presento serenamente colla fronte alta di chi compie un dovere.       (dalla lettera di F. Cavallotti agli onesti Roma, 15 giugno 1895)

Il Dubbio 1 forse sono stato un comunista un po’ anomalo con molte certezze, ma anche la capacità del dubbio, ho fatto questo con convinzione, ma posso ripensarci.           V. Parlato

Il Dubbio 2 Fare o non fare, non c’è provare.                                                Yoda Maestro Jedi

Mudita ( Pāli e sanscrito : मुदिता) significa gioia ; soprattutto gioia simpatica o vicaria, il piacere che deriva dal piacere del benessere di altre persone                                    G. Buddha

Il Pil il Prodotto interno lordo non descrive la salute dei nostri bambini, la qualità della loro istruzione o la gioia dei loro momenti di svago. Non include la bellezza della nostra poesia o la forza dei nostri legami familiari, l’intelligenza del nostro dibattito pubblico o l’integrità dei nostri pubblici ufficiali. Non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza o il nostro apprendimento, né la nostra compassione o la nostra devozione al paese. Misura tutto, in breve, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. E ci può dire tutto dell’America eccetto il perché siamo orgogliosi di essere Americani.                                                                                                                     R. F. Kennedy

La Libertà   Quando morto sarò una sera – nessuno mi piangerà – non rimarrò sottoterra – son vento di libertà. E. Che Guevara https://www.youtube.com/watch?v=JcPm5Rn36Kw

Le Battaglie           Vi hanno detto che è bene vincere le battaglie? Io vi assicuro che è anche bene soccombere, che le battaglie sono perdute nello stesso spirito in cui vengono vinte. Io batto i tamburi per i morti, | per loro imbocco le trombe, suono la marcia più sonora e più gaia. Gloria a quelli che sono caduti! A quelli che persero in mare le navi di guerra! A quelli che scomparvero in mare! A tutti i generali che persero battaglie, e a tutti gli eroi che furono vinti!  A gli infiniti eroi ignoti, eguali ai più sublimi eroi famosi.         Walt Whitman

I Nonno   Il nonno è qualcuno con l’argento nei capelli e l’oro nel cuore.                 Anonimo

La Semplicità   La semplicità non è altro che una complessità risolta.                 C. Brâncuši

Il Tempo Quando non ero e non era il tempo. Quando il caos dominava l’universo. Quando il magma incandescente celava il mistero della mia formazione, da allora il mio tempo è rinchiuso da una crosta durissima. Ho vissuto ere geologiche interminabili. Immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica. Porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo. Il mio tempo non ha tempo. P.Sciola    https://youtu.be/nUXkovRUBGA

La critica E’ inevitabile, che di tanto in tanto, ci troviamo di fronte alla critica o essere noi stessi critici. Tenersi in equilibrio non è facile e le cose possono sfuggire di mano per questo occorre:-Ascoltare attentamente se qualcuno vi critica, si può imparare molto. Bisogna prima capire le intenzioni della persona e saper distinguere tra le persone che vogliono aiutarti a migliorare te stesso in questo caso stai avendo un feedback costruttivo; e coloro che criticano solo perché sono gelosi o hanno avuto una brutta giornata. Se ricevi una critica cerca di ottenere il massimo da essa facendo domande se qualcosa non ti è chiaro, se essa è solamente distruttiva, semplicemente ignorala. La critica costruttiva è un valore potrebbe farti del male o turbarti, ma ringrazia sempre la persona dandogli le risposte che ritieni con coraggio e senza rancore l’interlocutore apprezzerà lo sforzo che fai e sarà sempre più costruttivo nel criticare le tue azioni inoltre perché questo spiazza la gente scortese. Sorridi anche se non hai voglia di farlo. Sorridere ti aiuterà a rilassarti e gestire la situazione con autorevolezza e non prendere le critiche alla leggera. Assicurati di mantenere la calma e il rispetto in ogni momento, questo mostrerà al tuo critico che sei in grado di far fronte alla critica. La critica può essere difficile a volte. Tuttavia non si dovrebbe mai farne una questione personale. Non importa cosa succede, un feedback costruttivo farà sempre bene, a volte la critica potrebbe sembrare ingiusta, ma assicurati di metterti nei panni degli altri e capire il loro punto di vista. Una volta ricevute e accettate le critiche si dovrebbe trovare un modo per migliorare se stessi predisponendo una memoria di cose e atteggiamenti sui quali lavorare, creando un vero e proprio piano d’azione.

Sardegna it’my father’s land, my grandfather’s land, my grandmother’s land. I am related to it it gives me my identity if i don’t fight for it, then i will be moved out of it and that will be the loss of my identity!

L’anima  La mia ha fretta, ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo per vivere da qui in poi rispetto a quello che ho vissuto fino ad ora. mi sento come quel bambino che ha vinto un pacchetto di dolci: i primi li ha mangiati con piacere,ma quando ha compreso che ne erano rimasti pochi ha cominciato a gustarli intensamente. Non ho più tempo per riunioni interminabili dove vengono discussi statuti, regole, procedure e regolamenti interni, sapendo che nulla sarà raggiunto. Non ho più tempo per sostenere le persone assurde che, nonostante la loro età cronologica, non sono cresciute. Il mio tempo è troppo breve: voglio l’essenza, la mia anima ha fretta.Non ho più molti dolci nel pacchetto. Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane, che sappiano ridere dei propri errori e che non siano gonfiate dai propri trionfi e che si assumano le proprie responsabilità. Cosi si difende la dignità umana e si vive nella verità e nell’onestà. E’ l’essenziale che fa valer la pena di vivere. Voglio circondarmi di persone che sanno come toccare i cuori, di persone a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi dell’anima. Si, sono di fretta, ho fretta di vivere con l’intensità che solo la maturità sa dare. Non intendo sprecare nessuno dei dolci rimasti. Sono sicuro che saranno squisiti, molto di più di quelli mangiati finora. Il mio obiettivo è quello di raggiungere la fine soddisfatto e in pace con i miei cari e la mia coscienza. Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una.                                                                      Mario de Andrade poeta brasiliano 1893-1945

SARDITUDINE

Sarditudine  perché Sofia e Jago sono il futuro!  Sarditudine perchè non voglio perdere i miei pezzi di vita, di incontri, di storie! Sarditudine perché voglio scrivere di questa mia Terra adorata e odiata! Sarditudine  perchè ritengo che tutto ciò che sono nel bene e nel male lo devo solo e soltanto alla mia Terra! Sarditudine  perchè vivere a Tua insaputa è la cosa più tremenda che ti possa capitare!

SOVRANITA’

La parola sovranità è una di quelle che vanno dritte all’animo. È difficile per chiunque, nella vita pubblica, accettare, o ancor più, appoggiare una perdita di Sovranità.  Konrad Schiemann

AUTODETERMINAZIONE

In diritto internazionale, il principio secondo cui ogni popolo ha il diritto di decidere sulla propria appartenenza o meno a uno Stato e sul proprio regime politico: ne consegue che un popolo non può essere assoggettato alla sovranità di uno Stato contro la propria volontà, mentre può ottenere l’indipendenza come Stato separato o distaccarsi da uno Stato per aggregarsi a un altro. Questo principio comporta, inoltre, la libertà per ogni popolo di scegliere il proprio regime politico ed economico. Le origini del p. di a. vengono generalmente ricondotte alle rivoluzioni americana e francese. In epoca più recente, tale principio è stato riaffermato nella Carta atlantica (1941) e nella Dichiarazione delle Nazioni Unite (1942). La Carta delle Nazioni Unite (1946) recepisce il p. di a., attribuendo all’«uguaglianza dei diritti» e all’«autodeterminazione dei popoli» una valenza universale. Alla luce della sua evoluzione, il p. di a. ha ormai assunto, nel diritto internazionale, la natura di norma consuetudinaria, che attribuisce al popolo, come entità distinta dallo Stato, il diritto di conseguire e mantenere la propria indipendenza. Così inteso, il principio contiene in sé e presuppone il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, essenziale affinché un popolo sia in grado di esercitare il diritto di Autodeterminazione. In Sardegna siamo work in progress

FOUR song for my life’s seasons

Smoke on the water

Fumo Sull’Acqua
Eravamo andati tutti a Montreux

Sulla spiaggia del lago di Ginevra

Per fare dischi con un furgoncino

Non avevamo molto tempo

Frank Zappa e i Mothers

Erano in una posizione migliore

Ma qualche stupido con una pistola a razzi

Incendiò l’edificio radendolo al suolo

Fumo sull’acqua, fuoco nel cielo, fumo sull’acqua

Hanno bruciato quella casa da gioco

È perita con un suono orribile

Claude, adirato, correva dentro e fuori

Tirando fuori dall’edificio i bambini

Quando fu tutto finito

Noi dovemmo trovarci un altro posto

Ma il tempo svizzero stava volando via

Sembrava che dovessimo perdere la gara

Fumo sull’acqua, fuoco nel cielo, fumo sull’acqua

Siamo finiti al Grand Hotel

Era vuoto, freddo e spoglio

Ma con il nostro furgone stile “Rolling Stones” là fuori

Noi facevamo musica lì

Con un po’ di luci rosse e alcuni vecchi letti Ci creammo un posto da spavento

Non importa cosa abbiamo ricavato da ciò

So che non lo dimenticheremo mai

Fumo sull’acqua, fuoco nel cielo, fumo sull’acqua

Impressioni di Settembre.

Quante gocce di rugiada intorno a me

cerco il sole ma non c’è

Dorme ancora la campagna o forse no

è sveglia

mi guarda

non so

Già l’odore della terra

odor di grano

sale adagio verso me

e la vita nel mio petto batte piano

respiro la nebbia

penso a te

Quanto verde tutto intorno

e ancor più in là

sembra quasi un mare l’erba

e leggero il mio pensiero vola e va

ho quasi paura che si perda

Un cavallo tende il collo verso il prato

resta fermo come me

Faccio un passo

lui mi vede

è già fuggito

respiro

la nebbia

penso a te

No cosa sono adesso non lo so

sono un uomo

un uomo in cerca di se stesso

No cosa sono adesso non lo so

sono solo

solo il suono del mio passo

e in tanto il sole

tra la nebbia filtra già

il giorno

come sempre

sarà

Combattente

Forse è vero

Mi sono un po’ addolcita

La vita mi ha smussato gli angoli

Mi ha tolto qualche asperità

Il tempo ha cucito qualche ferita

E forse tolto anche ai miei muscoli

Un po’ di elasticità

Ma non sottovalutare la mia voglia di lottare

Perché è rimasta uguale

Non sottovalutare di me niente

Sono comunque sempre una combattente

È una regola che vale in tutto l’universo

Chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso

E anche se la paura fa tremare

Non ho mai smesso di lottare

Per tutto quello che è giusto

Per ogni cosa che ho desiderato

Per chi mi ha chiesto aiuto

Per chi mi ha veramente amato

E anche se qualche volta ho sbagliato a qualcuno

Non mi ha ringraziato mai

So che in fondo

Ritorna tutto quel che dai

Perché è una regola che vale in tutto l’universo

Chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso

E anche se il mondo può far male

Non ho mai smesso di lottare

È una regola che cambia tutto l’universo

Perché chi lotta per qualcosa non sarà mai perso

E in questa lacrima infinita

C’è tutto il senso della vita

È una regola che vale in tutto l’universo

Chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso

E anche se il mondo può far male

Non ho mai smesso di lottare

È una regola che cambia tutto l’universo

Perché chi lotta per qualcosa non sarà mai perso

E in questa lacrima infinita

C’è tutto il senso della mia vita

Seduto Sul Molo Della Baia

Sono seduto sotto il sole del mattino

Resterò seduto quando si farà sera

Osservando le navi entrare

Poi le guarderò quando se ne andranno di nuovo, yeah

Sono seduto sul molo della baia

Mentre osservo la bassa marea,

Sono proprio seduto sul molo della baia

A perdere tempo

Sono partito da casa mia in Georgia

Diretto alla Baia di Frisco

Perché non avevo niente per cui vivere

E pare che niente troverò sul mio cammino

Quindi non farò altro che stare seduto sul molo della baia

Ad osservare la bassa marea, uh

Sono seduto sul molo della baia

A perdere tempo

Sembra che niente debba cambiare

Tutto rimane come prima

Non sono in grado di fare ciò che dieci persone mi dicono di fare

Quindi suppongo che rimarrò quello di sempre

Seduto qui a riposare le mie ossa

E questo stato di confusione e di solitudine non vuole lasciarmi in pace

In giro per duemila miglia

Solo per poter fare di questo molo la mia dimora, gia!

Mi siederò sul molo della baia

Ad osservare la bassa marea,

Sono seduto sul molo della baia

A perdere tempo

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